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Turin Brakes@Circolo degli Artisti, Roma -19.06

Il problema della contraffazione è davvero serio. In Italia, in particolare nel campo musicale, siamo maestri nel contraffare. E la contraffazione, in quanto non autentica, non è mai bella. La verità, invece, contiene sempre il seme della bellezza, il carattere della quiddità. Con questa premessa salto a piè pari qualsiasi commento sull’esibizione di Viva Lion, duo romano “new”- folk? che ha aperto il live dei Turin Brakes. Il Circolo degli Artisti non è pienissimo ma appena il duo inglese (sul palco, insieme a Olly Knights e a Gale Paridjanian, ci sono Eddie Myer al basso e Rob Allum alla batteria) attacca a suonare l’atmosfera si scalda e, nonostante, il numero contenuto dei presenti l’energia e l’empatia scambiati tra stage e platea sono davvero notevoli.

 

 

I Turin Brakes, per chi non lo conoscesse, sono una importante band proveniente dal Regno Unito, attiva dalla fine degli anni ’90. Furono tra i primi a proporre sonorità ed atmosfere che vennero, dalla critica, ricondotte al cosiddetto “new-acoustic movement” insieme ad artisti come Kings Of Convenience, Travis, I am Kloot, Elbowetc. Il loro primo album, “The Optimist” è a tutt’oggi considerato, dalle più autorevoli riviste specializzate, una indiscutibile pietra miliare della musica, per l’originalità, l’eleganza e la capacità di raccontare “ad arte” un preciso periodo storico. I quattro partono alla grande con “Time & Money”, dall’ultimo lavoro ‘We were here‘ – pubblicato nel 2013: il suono è pieno, le sonorità giuste – pochi effetti ed elettronica  assente – basso e batteria che viaggiano come un treno, la voce di Olly Knights, delicata quanto potente e capace di emozionanti estensioni. “We were Here”, tratta dall’omonimo nuovo lavoro, dolce ballata, quanto mai rappresentativa della loro identità stilistica. Non sembra loro intenzione però vederci fermi: forse per questo che  i quattro ripartono con una  ”Dear Dad” potentissima ed eccitante che sembra contenere tutto, rock, blues, psichedelia, funk con quella “inglesitudine” che rende tutto più autentico e bello.

 

 

La qualità dello show è davvero alta: la band suona benissimo, ogni nota è suonata nel posto e al momento giusto: nessuna ridondanza, orpello inutile ma ogni cosa sembra esistere per un motivo ben preciso. “Blindsided Again” ci porta via lontano, lungo sentieri lisergici ed improvvise deviazioni melodiche, grazie all’eccezionale performance vocale di Knight e ai soli di Paridjanian. “Stone Thrown”, un gioiello, quindi “Stalker” e ancora “Rain city”, tratta da ‘Either Song‘, album capolavoro del 2003 (forse tra gli ultimi cd che ho acquistato prima di darmi completamente al digitale). “Future Boy” ci riporta ancora più indietro, al 2001, e all’album “The Optimist“, intima e fragile. “Guess you heard”, solare e pop quanto basta, ammicca a sonorità anni ’80 senza per questo risultare mai banale. “Emergency ’72″ ed è l’anima a cantare, quindi “Painkiller”, meravigliosa come 11 anni fa ed ora è la pioggia estiva a cantare…Summer rain, dripping down your face again/ Summer rain, praying someone feels the same/ Take the pain killer, cycle on your bicycle / Leave all this misery behind. “Fishing for a dreame poi ancora “Long Distance” con un ritornello tanto bello che  non si può dimenticare. Ad ogni brano gli applausi e le grida di approvazione sono tanti e tali che sembriamo essere molti di più di quelli che siamo in realtà. La band apprezza il nostro calore e per tutto lo show si diverte senza risparmiarsi e regalandoci un’ottima performance. A questo punto i quattro lasciano il palco, ma solo per un paio di minuti. Tornano e ci fanno dono di altre due preziose composizioni: “Sleeper” e “No mercy”.

Uno spettacolo, non potrei definirlo altrimenti. Segno evidente che di musica “vera” in giro ce ne è ancora: bisogna cercarla. Lontano dal centro e dai riflettori. In periferia, in piccoli club dove insieme ad altre 100 persone, spendendo 12 euro hai ancora possibilità di assistere ad un bellissimo concerto e tornartene a casa più ricco, con la sensazione di aver visto la bellezza che l’autenticità proprio non riesce a trattenere.

Un grazie particolare a Valentina per il suo fondamentale apporto. Senza di lei, sarebbe stato per me molto più difficile scrivere questa recensione.

(Michele Mancaniello per RootsIsland)