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Tune Yards@Roma, teatro Quirinetta – 9/11/2014

Roditori. “roditori (Rodentia Bowdich, 1821) sono l’ordine di mammiferi più numeroso in termini di numero di specie ascritte (probabilmente non in termini di biomassa), comprendente circa il 43% delle specie totali di mammiferi attualmente esistenti, più altrettanti estinti. Il loro successo è probabilmente dovuto alla piccola taglia, al breve ciclo riproduttivo e all’abilità di rosicchiare e mangiare un’ampia varietà di cibo.” E ancora. “Roditore: che rode, che rosicchia, s.m. Individuo di un ordine di mammiferi di piccole o medie dimensioni con forti denti incisivi a crescita continua, atti a rodere“.

 

Gli organizzatori di concerti a Roma (ed il pubblico che agli stessi prende parte) mi appaiono come un battaglione di ratti, che infesta cantine, garage, occupa spazi abbandonati e per una sera riporta in essi rumore, movimento, eccitazione. Vita. Sembra assurdo ma a Roma non abbiamo spazi sufficienti per la musica. Al di fuori di quelli istituzionali, Auditorium Parco della Musica in primis. Ed è sicuramente l’assenza di questi spazi (siano essi luoghi fisici, ma anche canali di comunicazione) a far si che la Musica – l’Arte in genere e tutta la Cultura – vivano un momento di terribile sofferenza. Non mi spiego altrimenti come un’artista autentica ed ecclettica – Tune Yards, al secolo Merrill Garbus – porti in città uno spettacolo eccezionale e questo passi in sordina. La location è di quelle “temporary”: il Teatro Quirinetta, prestato per l’occasione non so a chi abbia avuto la lungimiranza – ed il coraggio – di portare Tune Yards in città.

Del live della bionda poli-strumentista del Connecticut, ho saputo per caso: un post condiviso su Fb da una testata musicale che seguo. E’ in questa possibilità di essere aggiornato sugli eventi che resto legato alla piattaforma social, le cui altre funzionalità mi hanno stancato da un pezzo. Del concerto, in giro, nessun manifesto, locandina, nessun flyer: niente di niente. A dire il vero, viste notizie ambigue circa l’orario di inizio del concerto, ho chiamato al telefono il Quirinetta. Fino ad un’ora prima del concerto, nessuna risposta. Segreteria telefonica. Scopro poi, una volta sul posto, che i ragazzi che hanno organizzato il tutto non c’entrano nulla con il Quirinetta e, addirittura, non c’è nessuno del Teatro. Insomma, il Teatro Quirinetta è una scatola, vuota. Noleggiato, occasionalmente, per lo show. Peccato, perchè è davvero un bel Teatro. Ci si potrebbero organizzare chissà quanti e quali rassegne. Piccolo, ma funzionale. Ricorda un pò, nei decori dell’ingresso e delle scale che conducono alla piccola Sala, l’Overlook Hotel: quello di Rubrick, di Nicholson e delle gemelline più inquietanti della storia del cinema.

 

Roditori e rodimenti a parte -vista tutta l’oscurità culturale che incombe sulla Capitale - Tune Yards ci ha fatto dono di uno show entusiasmante, esplosivo, unico con il quale ha presentato, al contenuto ma caloroso pubblico, il suo nuovo lavoro, Nikki Nak, pubblicato con 4AD. Ritmo e colori, arrangiamenti sofisticati e ricercati, combinazioni di voci che si intrecciano a loop elettronici e composizioni originalissime. La matrice africana è quanto mai evidente: ciò nonostante Merill  è in grado di rielaborare ritmiche, sonorità e armonie del continente nero e rivestirle di un “pop” genuino, che è “popolare” in quanto vero. Tutt’altro che facile e scontato. La band che la accompagna è meravigliosa, come lo sono i costumi di scena che indossano, dai colori sgargianti e dal design che fa molto anni ’80. E lo è nel combo, decisamente originale: basso elettrico ed elettronica, due voci femminili, percussionista e lei, Merril, che suona le percussioni, l’ukulele, crea loop e canta con una voce che ti porta via.

Lontano dall’umida platea del Quirinetta, spogliata delle sue comode poltrone.

Lontano dall’afosa Roma, spogliata della sua capacità di accogliere e far accomodare l’Arte.

 

(Michele Mancaniello per RootsIsland)